GDP e competenza penale

La legge istitutiva del giudice di pace (L. 374/1991) prevedeva, sin dal suo nascere, una competenza penale: con gli artt. 35 – 37 si delegava il Governo ad emanare, entro un anno dalla pubblicazione della legge di delega, norme concernenti la competenza penale ed il relativo procedimento. Quest’ultimo doveva ispirarsi ai criteri ed ai principi del procedimento pretorile (art. 2, comma 1, n. 103, L. 81/1987, Delega per il nuovo c.p.p.), ulteriormente semplificato. Il decreto legislativo sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° gennaio 1994 (art. 38).
E’ storia, tuttavia, che siffatta delega non ha mai avuto esecuzione: probabilmente, sembrò, all’epoca, prematuro ed inopportuno attribuire al giudice di pace, figura giurisdizionale onoraria, dall’identità e dai contorni in fieri, la competenza a giudicare reati, con la possibilità di applicare le pene anche detentive.
La cautela e la prudenza di un simile atteggiamento in politica giudiziaria vanno valutate positivamente: la verifica sul campo della funzionalità e dell’efficienza di questa giurisdizione era
necessaria prima di ampliare la competenza al delicato settore penale.
A distanza di otto anni, il legislatore è nuovamente intervenuto (L. 468/1999) per delegare il Governo all’emanazione delle norme sulla competenza penale del giudice di pace e sul relativo procedimento, dettando però (art. 17) una serie dettagliata di principi e criteri cui il legislatore delegato avrebbe dovuto attenersi, incidendo anche sui profili dell’impugnazione (artt. 18 e 19), poi recepiti nel decreto legislativo 28.8.2000 n. 274.
Ora, al di là una nutrita seria di problematiche tecnico-giuridiche, preme qui sottolineare come il rischio principale di questo procedimento penale del giudice di pace sia soprattutto la commistione fra uno schema sostanzialmente processual-penalistico e la finalità social recuperatoria che esso si prefigge.
Uno dei cardini di questo procedimento, infatti, è il dovere del giudice (artt. 2, 29) di “favorire, per quanto possibile, la conciliazione tra le parti” (cosa ne è di questa attività, tuttavia, quando la controparte è la P.A. che tutela interessi pubblici o diffusi?).
Oppure la previsione che, per la estinzione del reato, debba essere il giudice di pace a valutare che le “attività risarcitorie e riparatorie siano idonee a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e quelle di prevenzione”.
Al di là della inaccettabilità del principio secondo cui l’attività risarcitoria o riparatoria possa costituire causa estintiva del reato, non v’è chi non veda come le valutazioni affidate al giudice di pace si debbano muovere in una griglia paradigmatica talmente fumosa, indeterminata e metagiuridica, da far sorgere seri dubbi di costituzionalità dell’istituto.
E’ poi stato mancato l’obiettivo di un processo snello e semplificato: troppe le situazioni nelle quali il diritto di difesa dell’imputato è fortemente compromesso o il procedimento è sbilanciato in favore della persona offesa.
Taluni meccanismi processuali, poi, rischiano di determinare una proliferazione delle iniziative giudiziarie (art.22), o una paralisi del procedimento (art. 26), o conseguenze eccessivamente pregiudizievoli (art. 24), o, addirittura, commistione di funzioni in capo allo stesso soggetto (art. 29, comma 4).
La verità è che l’intuizione che per i reati meno gravi fosse necessario immaginare un rito alternativo e semplificato non si è tradotta nella realtà.
Se il frutto dell’intuizione è il D. L.vo 274/2000, tanto valeva procedere ad una robusta, e più efficace, depenalizzazione; in altri termini, occorreva maggior coraggio politico e pervenire ad un procedimento che non fosse una riproduzione, neppure ben realizzata, del processo penale ordinario e si traducesse, invece, in un vero sistema alternativo (ADR) di soluzione dei micro-conflitti.
E’ probabile che, alla base dei rinvii dell’entrata in vigore (due in un anno: il D.L. 91/2001 spostava al 1°.10.2001, mentre la legge di conversione 163/2001 ha fissato l’entrata in vigore al 2.1.2002), oltre alle problematiche organizzative e logistiche, vi sia stata anche la inespressa consapevolezza che il procedimento pensato dal legislatore delegato non sarà in grado di soddisfare le esigenze che ne sono alla base e rischia di far impantanare, sin dal suo avvio, la nuova competenza dei giudici di pace ed a prescindere dalla buona volontà di questi ultimi.
Forse, sarebbe preferibile che, prima dell’entrata in vigore della nuova competenza penale, attraverso un sereno confronto con i politici, i magistrati e le associazioni dei giudici di pace sui contenuti specifici della normativa, si individuassero i punti critici e si ponesse mano a modifiche e adeguamenti, utilizzando proficuamente i tre mesi che mancano all’entrata in vigore.
E’ questo il senso della iniziativa promossa dall’Aiga a Bari di un Consiglio Nazionale cui parteciperanno rappresentanti delle istituzioni politiche, della magistratura e dei giudici di pace: individuare insieme punti critici di questa nuova competenza e agire d’anticipo, svolgendo fino in fondo il compito propositivo che un’associazione di giovani avvocati non può non porsi come compito primario.

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