La riforma del diritto societario

La riforma del diritto societario.
Con l’espressione riforma del diritto societario si fa comunemente riferimento al disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei Ministri nel maggio dello scorso anno ed attualmente all’esame delle commissioni Giustizia e Finanza del senato.
Come è noto è all’esame delle commissioni parlamentari un progetto di riforma del diritto societario che tende a modificare gli attuali modelli di società per azioni, società a responsabilità limitata e cooperative con l’obiettivo di adeguare la disciplina prevista dalle norme codicistiche in materia alla realtà economica del Paese.
La riforma, per molti versi auspicabile nel suo impianto generale, contiene, tuttavia, all’art.11 delle norme che sconvolgono l’attuale assetto della giurisdizione in materia, prevedendo che presso “ i Tribunali delle città sedi delle Corti di Appello vengano istituite delle sezioni specializzate con competenza esclusiva per la risoluzioni delle controversie societarie e commerciali.
In particolare, questi nuovi organi giurisdizionali, già battezzati Tribunali distrettuali o Tribunali dell’economia, dovrebbero avere una competenza molto ampia e precisamente:
– Tutti i procedimenti in materia di diritto societario incluse le controversie relative alla partecipazioni sociali ed ai patti para-sociali
– Tutti i procedimenti previsti dal T.U.F. ( legge Draghi dlgs. 58/98)
– Le controversie nelle materie disciplinate dal T.U.B. (dlgs.385/93)
– Le controversie in materia fallimentare e concorsuale con la sola eccezione della dichiarazione di fallimento e delle competenze gestorie del tribunale fallimentare
– Le controversie in materia di concorrenza, brevetti e segni distintivi dell’impresa
– I procedimenti relativi alle grandi imprese in crisi e le controversie alle stesse collegate ad eccezione di quelle previste dal capo I del titolo IV che restano al Tribunale in cui ha sede l’impresa.
Si prevedono inoltre rilevanti novità in materia di selezione dei magistrati destinati a tali sezioni nonché notevoli modifiche alle norme procedurali in materia volte a privilegiare le rapidità nella risposta.
L’adozione di un rito modellato sul procedimento cautelare e comunque un giudizio sommario che conduca all’emanazione di un provvedimento esecutivo ma privo di efficacia di giudicato.
Fin qui per grandi linee il contenuto della proposta di riforma.
Le conseguenze che discendono dall’eventuale approvazione di questo testo di legge sono chiare:
1. La concentrazione nelle città sede di Distretto di Corte di Appello – per tutto il Piemonte e la Valle D’Aosta solo Torino – di tutto il contenzioso in materia societaria e in tutte le altre materie previste dall’art.11, con la conseguente creazione di organi giurisdizionali di dimensioni enormi.
Giova precisare, sul punto, che la riforma prevede che debba essere attuata senza oneri aggiuntivi per le finanze dello Stato.
2. Creazione di oasi di alta specializzazione in una materia che rappresenta e raccoglie le controversie di maggiore rilevanza economica e per loro natura al passo con l’evoluzione della realtà economica. L’apprezzabile progressiva formazione di magistrati altamente specializzati porterebbe, tuttavia, alla perdita della competenza maturata dai giudici dei tribunali circondariali, che vedrebbero inaridire le proprie conoscenze e scomparire le occasione per un arricchimento professionale ed intellettuale.
Su tale proposta il C.N.F. e la gran parte dei consigli degli ordini circondariali hanno espresso le più ampie riserve mossi dalla fondata preoccupazione degli effetti che tale riforma avrebbe sull’esercizio della professione.
Da un primo esame del testo dobbiamo rilevare che, se può essere apprezzata l’idea della creazione di sezioni specializzate con l’intento di affinare la preparazione in materia e di cercare di porre le condizioni per una giurisdizione efficiente in materia, non è certamente condivisibile il modo (la mancata destinazione di risorse economiche) attraverso cui si cerca di raggiungere l’obiettivo e la concentrazione di tali organi su base distrettuale.
Non è pensabile attuare una riforma di queste dimensioni senza oneri finanziari aggiuntivi per lo Stato, senza predisporre una adeguata dotazione di uomini e di mezzi da destinare a tali instituende sezioni.
Ci auguriamo che il legislatore non persista nel presumere di potere ottenere efficienza a costo zero, illudendosi di potere avviare una riforma di queste dimensioni solo attraverso la concentrazione su base territoriale di uomini e mezzi attuata con semplici alchimie organizzative che in passato hanno già dimostrato di essere destinate al fallimento.
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